L’evoluzione della compressione video: il futuro di AV1 nel mondo dello streaming

L’AV1, nuovo codec video sviluppato da grandi aziende tecnologiche, promette efficienza e riduzione dei costi di banda, ma la sua adozione è ostacolata da problemi di compatibilità hardware e complessità.

Nei lunghi anni di evoluzione della tecnologia video, cambiamenti significativi hanno caratterizzato il modo in cui consumiamo contenuti online. Ogni volta che accediamo a piattaforme come YouTube o Netflix, una serie di processi complessi avviene dietro le quinte. Il dato video viene rapidamente scaricato sul nostro dispositivo, che deve poi decodificare e normalizzare queste informazioni, creando uno streaming fluido e senza interruzioni. Tra i codec di compressione più utilizzati ci sono l’H.264 e il suo successore, l’H.265 , ma la vera innovazione è rappresentata dall’AV1.

La nascita di AV1: tecnologia e collaborazione

Nel 2015, aziende di punta nel settore tecnologico, tra cui Netflix, Microsoft, Google, Amazon e Meta, si sono unite per sviluppare un nuovo standard di compressione video: l’AV1. Queste società fanno parte dell’Alliance for Open Media e sostengono che questo codec sia in grado di garantire una maggiore efficienza, permettendo di ridurre il consumo di banda del 30% rispetto a standard precedenti come l’HEVC e il VP9, sviluppato da Google. Un aspetto cruciale di AV1 è la sua natura royalty-free, che dovrebbe consentire ai produttori di dispositivi di streaming e ai fornitori di video di non sostenere costi per l’utilizzo della tecnologia.

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Nonostante queste promesse, l’adozione di AV1 nel panorama dello streaming non è avvenuta con la rapidità prevista. Piattaforme significative come Max, Peacock e Paramount Plus non hanno ancora integrato questo codec, lasciando interrogativi sul perchè una tecnologia così promettente non sia diventata ubiquitaria.

Adattamento degli hardware: un passo fondamentale

La compatibilità hardware è una delle questioni principali che impedisce una diffusione massiccia di AV1. Per utilizzare efficacemente questo codec, i dispositivi devono essere equipaggiati con hardware specifico oppure con software in grado di gestire la decodifica dei contenuti AV1. Negli ultimi cinque anni, un numero crescente di dispositivi, tra cui televisori, smartphone e dispositivi di streaming come l’Amazon Fire TV Stick 4K Max, ha adottato decodificatori AV1.

I produttori di chip, come Nvidia, AMD e Intel, hanno introdotto unità di elaborazione grafiche compatibili con la tecnologia AV1. Inoltre, Apple ha integrato un decodificatore AV1 nell’iPhone 15 Pro lanciato nel 2023, e successivamente ha esteso il supporto a tutta la linea iPhone 16 nel 2024. Tuttavia, non tutti i produttori sono stati pronti ad adottare questo standard. Roku, ad esempio, ha accusato Google di aver cercato di costringere l’azienda a supportare AV1 nel 2021.

Secondo Larry Pearlstein, professore associato presso il College of New Jersey, l’implementazione delle migliori funzionalità di AV1 richiede un’alta complessità di codifica e decodifica, il che rappresenta una sfida anche dal punto di vista del consumatore.

Le soluzioni per i dispositivi non compatibili

Per i dispositivi privi di un decodificatore hardware dedicato per AV1, esistono comunque delle soluzioni, sebbene siano meno efficienti. Google, ad esempio, offre agli sviluppatori di app Android la possibilità di abilitare “dav1d”, un decodificatore AV1 sviluppato da VideoLAN. Diverse applicazioni, tra cui YouTube, utilizzano “dav1d” per consentire il flusso di video AV1 su smartphone più vecchi o di medio livello, anche se alcuni utenti hanno segnalato problemi di durata della batteria dopo l’implementazione di questo sistema.

Attualmente, AOMedia riferisce che circa il 95% dei contenuti di Netflix è codificato in AV1, contro il 50% dei video su YouTube. Questo scenario solleva interrogativi su chi debba investire per sviluppare la tecnologia necessaria prima che ci sia un’offerta sufficiente di contenuti compatibili.

Le sfide future della compressione video

Oltre a AV1, si stanno affermando altri standard nel campo della compressione video. Il VVC, conosciuto anche come H.266, è stato sviluppato dal Moving Picture Experts Group e dal Video Coding Experts Group , gli stessi gruppi che hanno lavorato su HEVC e AVC. Questo nuovo standard promette di comprimere video utilizzando il 50% di dati in meno rispetto all’HEVC, superando l’efficienza di AV1, ma con un dato importante: VVC non è royalty-free.

Nonostante le promesse di una compressione video più efficiente, AV1 presenta anche delle controindicazioni che potrebbero ostacolarne l’adozione. La compressione video seguendo le linee di AV1 richiede più tempo e energia. Pierre-Anthony Lemieux, direttore esecutivo di AOMedia, ha dichiarato che codec più efficienti richiedono più potenza. Anche se i membri di AOMedia hanno concordato di non addebitare costi per l’uso del codec, il concetto di royalty-free potrebbe non essere così semplice come sembra.

Innovazioni e sviluppi futuri

Alcuni pool di licenza sono emersi, sostenendo di avere diritti sulle tecnologie utilizzate da AV1, come riportato da Streaming Media e annunciato nel gennaio 2025. AOMedia, respondendo a preoccupazioni riguardo al consenso di licenza nel 2019, ha sottolineato di essere stata fondata per evitare l’ambiente commerciale tradizionale.

La Commissione Europea ha aperto un’indagine sulla politica di licenza di AOMedia nel 2022, a causa di preoccupazioni che potesse ostacolare l’innovazione. Sebbene l’indagine sia stata chiusa nel 2023, i dubbi e la complessità che circondano AV1 non frenano AOMedia e i suoi sostenitori, i quali puntano sul codec come futuro dello streaming online. Secondo Lemieux, AV1 è destinato a rimanere sulla scena, mentre i membri AOMedia stanno già lavorando su sviluppi futuri che potrebbero emergere già nel 2025.

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